Se le mie carte di navigazione dicono il vero, ormai non sono molto lontano dal porto, perciò spero di sbarcare sul lido presto e di poter così sciogliere i miei voti verso chi mi ha condotto in questa traversata. Ebbi paura di non riuscire a tornare con la nave integra, o di dover errare per sempre tra le acque del mare; eppure ora mi sembra di vedere, anzi la vedo di certo: la terra e il mio lido. Per la gioia, odo il tuono di un cannone che fa fremere l'aria e smuovere le onde; odo gli squilli delle trombe che coprono le alte grida del popolo.
Ora comincio a riconoscere chi sono le persone che riempiono ambe le sponde del porto. Sembra che tutti si rallegrino per me, perché sono arrivato alla fine di un viaggio tanto lungo.
Oh, che donne belle e sagge vedo! Oh, che cavalieri adornano il lido! Oh, quanti amici, a cui sarò debitore in eterno per la contentezza che hanno del mio ritorno! Nella punta del molo più proiettata verso il largo, vedo mamma e Ginevra e le altre donne di Correggio; Veronica Da Gambera, cara a Febo ed al santo aonio coro, è con loro.
L'ultimo giorno di festa, Carlo Magno si sedette all'allegra tavola con Ruggiero alla sua sinistra e Bradamante alla sua destra. Il pranzo doveva ancora inziare quando dalla campagna emerse al galoppo un cavaliere in armatura. La sua statura era imponente e i suoi movementi nervosi, lui e il destriero erano coperti di nero: era Rodomonte, il re d'Algeri e di Sarza, che dopo la sconfitta inflittagli da Bradamante sul ponte da lui controllato, aveva giurato di non indossare più l'armatura, né di cingere la spada o montare in sella, volle rinchiudersi in una cella come un eremita fino a quando non fosse passato un anno, un mese ed un giorno. A quei tempi molti cavalieri erano soliti punirsi da soli per i loro fallimenti. Forse in quel periodo udì di come stava procedendo la guerra e di ciò che avvenne del suo re, ma pur di non mancare al giuramento, rinunciò a prendere le armi, come se tutto ciò non lo riguardasse. Ma quando il periodo fu passato, si armò con una nuova armatura e si precipitò alla corte di Francia.
Fermo davanti a loro, non smontò da cavallo, non chinò la testa né riverì in alcun modo l'imperatore e i suoi campioni. Tutti lo fissarono attoniti e scandalizzati dal suo comportamento, smisero di mangiare e di parlare, attenti a ciò che ha da dire il nuovo venuto. Quando Carlo Magno fu di fronte a Ruggero, questi parlò a voce alta e sprezzante:
- Sono il re di Sarza e d'Algeri, Rodomonte, e sfido a duello te, Ruggero. Voglio provare qui e subito, prima che tramonti il sole, che sei stato infido con il tuo e mio signore. Dimostrerò che un tradire come te non deve stare con onori tra questi cavalieri, anche se il tuo essere fellone è ben chiaro, visto che ti sei fatto cristiano. Bada, io non ho paura di disonorarti in campo nemico, anzi, se hai qualcuno che si offra di combattere al tuo posto per difenderti, io accetto il duello. Se non basta un cavaliere, ne accetto anche quattro o sei: con tutti manterrò quanto ho detto!"
A quelle parole, Ruggiero si rizzò in piedi e chiese all'imperatore di rispondere, quindi disse:
- "Non merito né da te né da nessun altro di essere additato come traditore. Mi sono sempre comportato in maniera impeccabile con il mio re, tanto che nessuno deve biasimarmi. Perciò sono disposto a sostenere con le armi che ho sempre fatto il mio dovere verso di lui, e non ho bisogno di nessuno per difendere la mia causa, ma spero di dimostrarti con i fatti che di me solo ne avrai più che abbastanza."
Rinaldo, Orlando, il marchese Olivieri con i figli Grifone il Bianco e Aquilante il Nero, Dudone e Marfisa, si offrirono per la difesa di Ruggero contro l'arrogante pagano, tutti contemporaneamente insieme, sostenendo che un novello sposo non dovrebbe turbare le proprie nozze. Ma Ruggero rispose:
- "Restate seduti; se accettassi la vostra offerta sarebbe solo per trovare delle scuse."
Allora gli portarono le armi che conquistò al re di Tartaria Mandricardo, e le punte delle lance vennero smussate. Il conte Orlando gli allacciò gli speroni, re Carlo Magno gli cinse al fianco la spada, Bradamante e Marfisa gli fecero indossare la corazza e tutto il resto dell'armatura, Astolfo teneva il freno del suo bravo destriero, mentre Uggeri il Danese gli porgeva la staffa. Rinaldo, Namo ed il marchese Olivieri fecero largo tra la folla, preparando il terreno; la folla venne cacciata dallo steccato dell'arena, ve n'era sempre una pronta per ogni occasione.
Le donne e le ragazze, guardavano pallide e impaurite, come fossero colombe cacciate dai campi di grano dalla rabbia dei venti, dall'arrivo dei lampi e dei tuoni, dal cielo nero che minaccia grandine e pioggia, distruttici dei raccolti; temono per Ruggero che sembrava così piccolo confronto al feroce pagano. Anche i plebei, i cavalieri e i baroni ebbero paura per il novello sposo, ripensando a quello che Rodomonte fece a Parigi, a come l'aveva messa a ferro e fuoco, distruggendone una buona parte; nella città si notavano ancora i segni del suo passaggio, segni che rimarranno ancora per parecchi giorni, perché quello era il posto dove il regno di Francia venne maggiormente danneggiato. Ma più di tutti tremava il cuore di Bradamante, non perché pensasse che il saraceno fosse superiore a Ruggero nella forza o nel valore derivante dal coraggio, e nemmeno perché la ragione, che spesso dona la vittoria a chi è dalla sua parte, fosse di Rodomonte, eppure, amando il suo sposo, non può che attendere con angoscia. Quanto volentieri si sarebbe sobbarcata il carico di un duello tanto incerto; si sarebbe offerta anche se fosse stata certa di morirne, anzi avrebbe accettato di morire più di una volta piuttosto che temere per la morte di suo marito; ma non riesce a trovare nessuna preghiera che convinca Ruggero a cederle l'impresa, perciò resta a guradare la battaglia, immobile, muta e tremante.
Da una parte Ruggero, dall'altra Rodomonte partono al galoppo, con le lance abbassate per lo scontro. Nell'urto le aste si infransero come se fossero di ghiaccio e i loro tronconi schizzarono in cielo come fossero uccelli. L'arma del pagano, colpendo nel mezzo dello scudo, ebbe uno scarso effetto: l'acciaio che il dio Vulcano aveva temprato per l'eroico Ettore era perfetto. Anche la lancia di Ruggero picchiò nello scudo avversario, ma lo passò di netto, benchè fosse spesso un palmo, con uno strato d'acciaio dentro e uno fuori e uno strato d'osso nel mezzo. Se l'arma del cristiano non si fosse rotta, con la sua velocità avrebbe senz'altro aperto l'usbergo dell'armatura anche se fosse stato di rivestito di diamante, e il duello si sarebbe concluso; ma nemmeno la sua asta sostenne quell'eccezzionale impatto: si ruppe in mille schegge, e i tronconi sembrarono avessero le piume, tanto corsero nell'aria; mentre i destrieri, vinti dall'urto, battevano la groppa a terra. Usando briglia e sproni, entrambi i cavalieri fecero subito drizzare nuovamente i cavalli; gettarono le aste distrutte e afferrarono le spade, tornando allo scontro, feroci e crudeli più di prima. Con estrema abilità, giravano a destra e a sinistra le cavalcature eccitate, ma addestrate e agili, per individuare con la punta delle spade, dove l'armatura aveva meno ferro. Ma, come vi dissi, Rodomonte non aveva la dura armatura di scaglie di serpente, non aveva la tagliente spada di Nembrot, né il solito elmo gli proteggeva la fronte; perché, dopo aver perso il ponte contro Bradamante di Dordogne, decise di lasciarle appese sul marmo del santuario. Aveva un'altra armatura, buona, ma non perfetta come la precedente; eppure né questa né quella potevano reggere contro la spada Balisarda, da cui non difendevano gli incredibili incantesimi, l'accaio fino o la tempra milgiore. Ruggero lavorava su ogni punto con tale abilità, che aveva squarciato le armi del pagano in più posti. Quando il gigante vide la sua armatura arrossata dal proprio sangue e che gli era impossibile schivare la maggior parte dei colpi, anzi, molti cadevano proprio nelle sue carni scoperte, si fece avanti con più rabbia del mare tempestoso in inverno: gettò lo scudo e a due mani, con tutte le sue forze, colpì Ruggero sull'elmo. Sembrava avere la stessa forza della macchina battipalo che, posta in Po su due navi, viene alzata da più uomini con argani e poi lasciata cadere sulle travi per affondarne la punta aguzza sul fondo del fiume. Il pagano colpiva Ruggero con la stessa violenza; a due mani i colpi calavano pesanti sull'elmo incantato e senza quello un solo fendente avrebbero spaccato cavaliere e cavallo. Ruggero oscillò due volte sulla sella, con le braccia e le gambe inanimate; stava per cadere giù dal cavallo. Il feroce saraceno continuò l'attacco, prima che l'avversario abbia il tempo di riaversi, ma al terzo colpo la sua spada, dopo tanti martellamenti, non resistette; schizzò in frantumi, lasciando disarmata la mano del pagano. Ma questo non bastò a scoraggiare Rodomonte, si avventò su Ruggero, ancora incosciente per le botte subite sulla testa, e gli diede bruscamente la sveglia. Gli serrò il collo con il muscoloso braccio, afferrandolo talmente stretto e tirando talmente forte da toglierlo dalla sella, cacciandolo al suolo. Ma il crisiano aveva appena toccato la terra, che già era in piedi, più pieno di vergogna che d'ira; girò gli occhi verso Bradamante e vide turbamento sul suo bellissimo viso. Lei, quando lo vide cadere, temette fosse stato ucciso e per il dolore, anche la sua vita se ne stava andando.
Ruggero era deciso a rimediare a quell 125 Non fu in terra sì tosto, che risorse, via più che d'ira, di vergogna pieno; però che a Bradamante gli occhi torse, e turbar vide il bel viso sereno. Ella al cader di lui rimase in forse, e fu la vita sua per venir meno. Ruggiero ad emendar presto quell'onta, stringe la spada, e col pagan s'affronta. 126 Quel gli urta il destrier contra, ma Ruggiero lo cansa accortamente, e si ritira, e nel passare, al fren piglia il destriero con la man manca, e intorno lo raggira; e con la destra intanto al cavalliero ferire il fianco o il ventre o il petto mira; e di due punte fe' sentirgli angoscia, l'una nel fianco, e l'altra ne la coscia. 127 Rodomonte, ch'in mano ancor tenea il pome e l'elsa de la spada rotta, Ruggier su l'elmo in guisa percotea, che lo potea stordire all'altra botta. Ma Ruggier ch'a ragion vincer dovea, gli prese il braccio, e tirò tanto allotta, aggiungendo alla destra l'altra mano, che fuor di sella al fin trasse il pagano. 128 Sua forza o sua destrezza vuol che cada il pagan sì, ch'a Ruggier resti al paro: vo dir che cadde in piè; che per la spada Ruggiero averne il meglio giudicaro. Ruggier cerca il pagan tenere a bada lungi da sé, né di accostarsi ha caro: per lui non fa lasciar venirsi adosso un corpo così grande e così grosso. 129 E insanguinargli pur tuttavia il fianco vede e la coscia e l'altre sue ferite. Spera che venga a poco a poco manco, sì che al fin gli abbia a dar vinta la lite. L'elsa e 'l pome avea in mano il pagan anco, e con tutte le forze insieme unite da sé scagliolli, e sì Ruggier percosse, che stordito ne fu più che mai fosse. 130 Ne la guancia de l'elmo, e ne la spalla fu Ruggier colto, e sì quel colpo sente, che tutto ne vacilla e ne traballa, e ritto se sostien difficilmente. Il pagan vuole entrar, ma il piè gli falla, che per la coscia offesa era impotente: e 'l volersi affrettar più del potere, con un ginocchio in terra il fa cadere. 131 Ruggier non perde il tempo, e di grande urto lo percuote nel petto e ne la faccia; e sopra gli martella, e tien sì curto, che con la mano in terra anco lo caccia. Ma tanto fa il pagan che gli è risurto; si stringe con Ruggier sì, che l'abbraccia: l'uno e l'altro s'aggira, e scuote e preme, arte aggiungendo alle sue forze estreme. 132 Di forza a Rodomonte una gran parte la coscia e 'l fianco aperto aveano tolto. Ruggiero avea destrezza, avea grande arte, era alla lotta esercitato molto: sente il vantaggio suo, né se ne parte; e donde il sangue uscir vede più sciolto, e dove più ferito il pagan vede, puon braccia e petto, e l'uno e l'altro piede. 133 Rodomonte pien d'ira e di dispetto Ruggier nel collo e ne le spalle prende: or lo tira, or lo spinge, or sopra il petto sollevato da terra lo sospende, quinci e quindi lo ruota, e lo tien stretto, e per farlo cader molto contende. Ruggier sta in sé raccolto, e mette in opra senno e valor, per rimaner di sopra.
Il valoroso Ruggero riuscì pian piano a cambiare la presa fino a cingere la vita di Rodomonte. Gli premette il petto sul fianco sinistro e strinse qui con tutta la sua forza. La gamba destra passò davanti ad entrambe le ginocchia dell'avversario, quindi spinse tanto da sollevarlo da terra, facendolo poi ricadere giù. Rodomonte colpì il terreno con la schiena e la testa; e il colpo fu tale che dalle sue ferite sgorgò sangue come da una fontana, colorando di rosso il suolo. Ruggero teneva ormai stretta la Fortuna per il ciuffo. Perché non gli sfuggisse con una mano puntava il pugnale sugli occhi dell'avversario e con l'altra gli stringeva la gola, mentre con le ginocchia gli premeva sulla pancia. Il saraceno si sentì schiacciato a terra dal vincitore; come i minatori ungheresi che cercano l'oro o gli operai che lavorano nelle miniere spagnole, quando la loro avarizia li induce a scavare fino a rimanere intrappolati da una frana, feriti e schiacciati, possono a malpena sperare di uscire. Ruggero, con il pugnale che aveva sguainato, ne premeva la punta alla visiera dell'elmo, minacciandolo che si arrenda e promettendogli di lasciarlo vivere. Ma quello aveva meno paura di morire che di mostrarsi vile; perciò iniziò a torcersi e a scuotersi; continuava a rimanere sotto, ma stava mettendo ogni sua energia nella lotta e non ne sprecava in parole.
Era come un mastino atterrato da un ben più feroce alano che era riuscito ad azzannarlo alla gola. Come Rodomonte il cane si dibatterebbe ed affannerebbe invano, gli occhi arderebbero di rabbia e le labbra schiumerebbero, ma non potrebbe sottrarsi alla stretta del predatore che vince con il vigore, non con la rabbia. Fu allora che il pagano decise di uscire ad ogni costo da sotto Ruggero, perciò si torcé e si dibatté tanto, da riuscire a liberare il braccio destro, che teneva un pugnale che anche lui aveva estratto durante la lotta. Tentò di ferire Ruggero sotto i reni, ma il giovane si accorse del rischio di indugiare ancora. Alzò più che poté il braccio, poi, per una, due e tre volte piantò il pugnale nella fronte crucciata di Rodomonte, fino a nasconderne tutta la lama.
Quindi, scalciò il pesante corpo, liberandosi dell'ingombro facendolo rotolare di lato, mentre, separata da quell'involucro, l'anima veniva risucchiata verso le squallide rive dell'Acheronte; lei, più fredda del ghiaccio; lei, la più orgogliosa; lei, che sdegnò tutti finché fu al mondo.
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